Ditemi perché è morto mio marito

Tavaroli. I manager della Telecom. Gli uomini che lo spiavano. Un video. Per la prima volta parla la vedova di Adamo Bove. E spiega di non credere al suicidio colloquio con Wanda Acampa Bove

  di Marco Lillo
Ciao, ci vediamo dopo… Un bacio e la porta si chiude. Per Wanda Acampa è questo l’ultimo ricordo di Adamo Bove, l’uomo con il quale ha condiviso 22 anni di vita, dieci anni di matrimonio, un rapporto strettissimo. Non passava un’ora senza uno squillo sul cellulare. “Tutto bene?”. “Tutto bene”. Quel 21 luglio il telefonino di Adamo Bove, manager della sicurezza di Telecom Italia, però squilla a vuoto. Doveva andare a recuperare l’auto per poi tornare nella nuova casa dove gli operai stavano montando la cucina. Il tempo passa, finché al cellulare risponde una voce maschile: “Suo marito ha avuto un incidente, veniamo noi”. Wanda si mette a correre verso la funicolare, chiama il capo della Mobile di Napoli, Vittorio Pisani. Ed è proprio Pisani, il vicequestore che ora sta indagando sul giallo della morte, un amico di Adamo, a correre da Wanda per dirle cosa è accaduto. In quel momento tutto diventa buio. Da quel giorno Wanda Acampa, ricercatrice del Cnr specializzata in medicina nucleare, è entrata in un tunnel fatto di ricordi, ma anche di inchieste e articoli che ogni volta riaprono la ferita. Ora ha deciso di rompere il silenzio. E di raccontare per la prima volta la sua verità. Ci riceve nella sua casa al Vomero che guarda il mare. I libri di Adamo sullo scrittoio, le sue cose, tutto è fermo a quel venerdì. È da lì che bisogna ripartire.

C’era qualcosa di strano negli occhi di suo marito quando l’ha salutata?

“Assolutamente no. Adamo quel giorno era un po’ teso come sempre negli ultimi tempi. Stava affrontando un periodo lavorativo difficile e non ne parlava molto perché, come ha sempre fatto, voleva salvaguardarmi. Comunque non era una situazione insolita per lui. Adamo poteva contare su una forza interiore che è difficile far percepire a chi non lo ha conosciuto. Ha convissuto con il pericolo e con situazioni vicine alla morte per tanti anni quando dava la caccia ai latitanti, ma sapeva gestire bene la tensione”.

Lei non crede al suicidio.

“Era un uomo forte ed equilibrato che amava spasmodicamente la sua famiglia. Non posso credere che abbia concepito un simile pensiero. C’è solo una remota possibilità: se avesse avuto la certezza, non il pensiero astratto, ma la certezza di un pericolo per me o per i suoi, forse potrei pensare a un gesto di così tanta forza. Altrimenti, assolutamente no”.

Avevate subito delle minacce?

“No, ma non è un mistero che siamo stati pedinati in maniera anomala quando stavamo insieme a Roma. È stata davvero una cosa pressante. Ci seguivano passo passo per le strade del centro, ci aspettavano sotto casa. Ed è difficile descrivere la pressione che si avverte”.

Nell’ordinanza di arresto contro Giuliano Tavaroli e il suo amico investigatore Emanuele Cipriani, i magistrati descrivono un pedinamento nei confronti di un dirigente di un’altra azienda. In quel caso i pedinatori si comportavano in modo ‘minaccioso’. Vede delle somiglianze?

“Non ho letto quel passaggio. Posso solo dire che nel nostro caso si mostravano palesemente. Erano robusti con i capelli corti, gli occhiali, il marsupio. Si davano platealmente il cambio. Mio marito se ne intendeva di pedinamenti e le assicuro che non era una sensazione. Durante un fine settimana ci hanno seguito in questo modo per quattro giorni consecutivi. Adamo aveva anche notato un furgone bianco parcheggiato sotto casa nostra da giorni. Una notte prese di petto la situazione, salì sul furgone per vedere di chi fosse. Risultava noleggiato”.

Cosa era accaduto negli ultimi giorni della vita di suo marito?

“Prima di quel venerdì sono successe delle cose importanti dal punto di vista aziendale. Adamo è stato a Milano il martedì e mercoledì, so che aveva delle riunioni, ma non so con chi. Io l’ho sentito al telefono e la mia sensazione è che fosse accaduto qualcosa che lo aveva turbato”.

Suo marito potrebbe aver avvertito di essere stato scaricato da Telecom Italia?

“Io penso che lui si sentisse scaricato da molto tempo dall’azienda. Non era una questione degli ultimi due giorni milanesi. Dopo l’articolo uscito il 10 giugno su ‘Il Sole 24 Ore’ (si parlava dell’inchiesta interna sulle falle nel sistema informatico che gestiva i tabulati telefonici e si faceva il nome di Adamo Bove, ndr), non si era sentito adeguatamente difeso. Da questo punto di vista Telecom ha tenuto una linea aziendale precisa nei suoi confronti, una linea che Adamo aveva ben chiara. Probabilmente si stava chiedendo il perché”.

Chi sono i dirigenti che avrebbero dovuto difenderlo?

“Mi limito a ricordare che della vicenda del sistema Radar si sono occupati Fabio Ghioni e i dirigenti Bracco, Cappuccio e Focaroli. Mi risulta che nessuno è stato rimosso”.

Nell’ordinanza di arresto di Tavaroli e compagni i magistrati riportano le dichiarazioni di Caterina Plateo, ex segretaria di suo marito in Tim, sulle richieste di tabulati telefonici che lui le aveva fatto. Cosa ne pensa?

“Le dichiarazioni della Plateo erano state già verbalizzate ed evidentemente erano state valutate dai pm milanesi. Gli stessi magistrati che non solo non lo hanno indagato, ma continuavano a chiedere ad Adamo di aiutarli nelle indagini sul sequestro Abu Omar. Quindi si fidavano pienamente di lui”.

Cosa pensava suo marito di Tavaroli?

“Tavaroli era il suo superiore. All’inizio me ne parlava bene. Aveva cominciato a dubitarne dopo la perquisizione e le prime notizie sulle indagini nel 2004”.

Cosa ne pensa lei?

“Non ne voglio parlare. Posso solo dire che non ho ricevuto neanche le sue condoglianze dirette, né quelle della sua famiglia, che avevo conosciuto, anche se solo in un’occasione. Penso basti”.

E di Telecom cosa pensa?

“Io credo che ormai i giornali abbiano ben descritto cosa è successo in Telecom Italia”.

Le indagini sono condotte da Vittorio Pisani, l’amico di suo marito che, parlando al funerale, ha dato per scontato il suicidio.

“Vittorio era un amico di Adamo e quindi rispetto il pensiero di una persona che mio marito stimava, anche se non lo condivido. C’è ancora tanto da chiarire. Alcuni accertamenti devono essere ancora fatti”.

A ‘L’espresso’ risulta che le hanno mostrato un filmato di una telecamera nel quale si vedono tre persone in borghese, accanto al corpo di Adamo. Finora non sono state identificate e non appartengono a nessuna forza di Polizia, anche se agitano una paletta parlando al cellulare. Le hanno chiesto se somigliano alle persone che vi pedinavano a Roma?

“Preferisco siano gli inquirenti a rispondere. Ci sono delle indagini in corso. Nessuno ci ha detto se le persone di cui lei parla siano mai state identificate. Gli investigatori stanno analizzando anche i dati del satellitare montato sulla mia macchina per tracciare il percorso fatto quel giorno da Adamo, un percorso anomalo”.

Gli investigatori sembrano propendere per il suicidio.

“Indipendentemente da quello che pensano, ritengo che dovrebbero analizzare con cura tutto quello che è accaduto prima. Chi e perché ha fatto i pedinamenti; chi ha noleggiato il furgone; chi ha incontrato Adamo a Milano; i dirigenti di Telecom devono spiegare quello che è successo in quei giorni. La situazione è complessa e la chiarezza non può che far bene a tutti. Soprattutto a chi non c’è più. Penso che tutto questo sia dovuto ad Adamo”.

L’Espresso 29-9-06

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