Bove, quel «no» pagato a caro prezzo

Bove, quel «no» pagato a caro prezzo

NEL GIALLO DI NAPOLI TORNA IL NOME DEL SUO DIRETTO SUPERIORE, GIULIANO TAVAROLI, AL CENTRO DELLE VICENDE INTERCETTAZIONI E ABU OMAR
Bove, quel «no» pagato a caro prezzo
Un testimone: emarginato per non aver partecipato a un’operazione illegale
26/7/2006  di Guido Ruotolo

ROMA. Adamo Bove aveva detto a Giuliano Tavaroli che non si sarebbe prestato. Che non avrebbe fatto operazioni illegali». A parlare è una «gola profonda», persona vicina all’ex poliziotto approdato all’azienda della telefonia, morto suicida venerdì scorso. La sua testimonianza potrebbe rivelarsi utile all’inchiesta della Procura di Napoli che indaga – l’ipotesi di reato è «istigazione al suicidio» – sulla morte dell’ex poliziotto approdato alla direzione della Security governance del gruppo Telecom. Nei prossimi giorni, l’ex responsabile sicurezza del gruppo, Giuliano Tavaroli, potrebbe essere convocato dagli inquirenti. Adamo Bove, dunque, non si sarebbe piegato alle richieste del suo dirigente. Che, probabilmente, le ha «girate» ad altri impiegati Telecom. Una ipotesi che trova conferme dallo scenario delineato dalla procura di Milano, che da tempo indaga sul gruppo «Tavaroli-Mancini-Cipriani», ipotizzando l’esistenza di una centrale illegale di intercettazioni, di acquisizione di tabulati e di dossieraggio al servizio di agenzie investigative private (riconducibili a Emanuele Cipriani). Ma anche dal Sismi di Marco Mancini, finito in carcere per il sequestro dell’imam Abu Omar grazie proprio al contributo decisivo di Adamo Bove, che ha consentito di individuare i cellulari dei dirigenti Sismi messi sotto intercettazione dalla Procura di Milano.

Nelle settimane scorse, indiscrezioni giornalistiche avevano posto l’attenzione sull’esistenza di un programma software interno a Tim, sistema Radar, nato per proteggere la rete da intrusioni illegali. Ma all’interno di Telecom esisterebbe anche un programma e postazioni di accesso in grado di «non lasciare tracce» di operazioni di interrogazione sul traffico delle utenze telefoniche. Bove era stato il responsabile sicurezza della telefonia mobile (Tim) fino al settembre dell’anno scorso. Tavaroli di tutta Telecom fino al maggio del 2005.

Ancora ieri sera, al «Tg1», il fratello gemello di Adamo, Guglielmo Bove, responsabile dell’ufficio legale di Telecom, ha ribadito che «Adamo da dieci giorni prima della sua morte, aveva la certezza di essere pedinato. Ed era convinto che non fossero suoi ex colleghi». Insomma, uomini della polizia giudiziaria. E, dunque, chi pedinava, dai giorni successivi agli arresti Sismi per il sequestro di Abu Omar, Adamo Bove? Quei pedinamenti, e forse anche altri segnali più espliciti, potrebbero aver convinto Bove di essere finito nel mirino.

Un’agenzia di stampa, ieri ha battuto la notizia che vi sarebbero almeno due sms, ricevuti o spediti dal cellulare di Adamo Bove, che avrebbero attirato l’attenzione degli investigatori. Una notizia, però, che non viene confermata: il cellulare dell’ex dirigente Telecom – a cui l’azienda aveva tolto la delega ad avere rapporti con l’autorità giudiziaria – deve essere ancora «aperto» dagli investigatori della polizia postale.

L’ex responsabile della Security governance non era indagato dalla procura di Milano. E non trova conferme l’esistenza di «appunti autografi su post-it» che lo incastrerebbero. Al palazzo di Giustizia di Roma, agli inizi dell’anno, Adamo Bove aveva presentato due esposti-denuncia su «anomale» movimentazioni di tabulati telefonici. Probabilmente, si tratta di denunce trasmesse alla Telecom da parte di utenti privati che avrebbero scoperto che il loro «traffico telefonico» era finito illegalmente nelle mani di qualche «committente». Nulla a che vedere con il Laziogate, precisano gli investigatori: «Sono storie più banali». Per esempio, un’agenzia investigativa privata – o un «soggetto terzo» – potrebbe aver fornito a un cliente (o a una cliente) la prova che il marito o la moglie aveva relazioni extraconiugali. Storie che comunque confermano la violazione costante della privacy.

Guglielmo Bove, il fratello di Adamo, dovrebbe essere sentito oggi dagli investigatori napoletani che indagano sulla morte dell’ex funzionario di polizia. Anche a lui, come alla moglie Wanda, Adamo aveva rivelato di sentirsi minacciato. Forse oggi Guglielmo Bove fornirà «ulteriori elementi» utili alle indagini.

http://www.lastampa.it

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